Anoressia ovvero: la fame dell’anima

Una mollica in meno per un po’ di desiderio in più

Anoressia ovvero: la fame dell’anima

La storia e l’esperienza del corpo femminile sembrano poter essere racchiuse all’interno della dialettica del vuoto e pieno (per la cultura maschile meglio tra vuoto o pieno).

 

In questo si gioca la dipendenza del femminile dal maschile, l’adeguamento, da parte della donna, della sua biografia interiore ai tempi e ai modi della storia dell’uomo.

Il corpo della donna è rappresentato dal suo utero, un organo cavo che rimane sterile finchè il principio maschile non lo anima. Il corpo della donna, cavità inerte, attende solo di essere riempito da un agente esterno, non avendo in sé alcun principio vitale né autonomia funzionale.

“Per la società civile, d’altra parte, la vergine attende di ricevere il compimento della sua femminilità nel coito coniugale, così come la sposa aspetta la gravidanza e la madre attende un figlio legittimo dal padre” S.Veggetti Finzi

La donna appare come vuoto, mancanza originaria, che attende di essere riempito dal di fuori. Questa è la concezione culturalmente e socialmente dominante della donna. Di fatto l’esperienza e il pensiero femminile hanno alimentato una diversa consapevolezza della natura e della donna e quindi del suo stesso corpo. Questa consapevolezza, questa conoscenza si giova anche di quanto può emergere da una relazione assai importante come può essere quella analitica, in particolar modo con le bambine che nel loro vissuto esprimono più direttamente la loro “infanzia”, l’infanzia della donna, quindi, intesa come condizione originaria. Nei vissuti delle bambine ciò che per la cultura è definibile come vuoto, mancanza, appare come “mancanza di mancanza”, come pienezza. E’ questa una sensazione precisa che si esprime in specifiche fantasie infantili dove il mondo appare come miniaturizzato e racchiuso dentro la propria piccola pancia. L’anatomia e la fisiologia del corpo femminile producono immagini di una maternità inconscia.

E’ il mito dell’origine che si attualizza perennemente, il mito che prevedeva un principio generativo esclusivamente del femminile. Persino nella biologia antica vi sono elementi che alludono a una possibile auto-generazione del corpo femminile.

Ma più recentemente Malinowski, studiando la cultura delle isole Tobriand, rivela che la paternità biologica non è assolutamente conosciuta e che la possibilità riproduttiva è interna alla donna e può essere attivata da elementi naturali. E’ la vita che attraverso la donna e la natura prende corpo.

“(La donna) preda della specie, porta nel corpo una possibilità continua di vita. E’ terra feconda e, come la terra, partecipa del mistero della natura: mestrui e procreazione sono oscuramente legati al ciclo cosmico da cui è posseduta” F.Basaglia Onagro

Ma con il processo di femminilizzazione (la donna che diventa visibile socialmente), questa pienezza del corpo femminile, la sua intima natura, non accede mai alla sua rappresentazione culturale.

“Il corpo femminile da pieno si fa vuoto, si scava, si rende concavo, si plasma come il negativo del corpo maschile, in un processo che prende necessariamente la forme che la società gli appronta, cioè quelle della rinuncia alle componenti maschili di sé” S.Vegetti Finzi.

E’ evidente che questa opera di scavo, di mutilazione, si rende necessaria poiché nell’infanzia della donna vi è la traccia della memoria di sé come corpo pieno, che gode in se stesso e che si riproduce in sé per sé. Storicamente, nella dialettica dei sessi, il maschile ha finito per prevaricare sul femminile, conferendogli visibilità solo all’interno di un meccanismo di dipendenza da sé.

Ecco che l’ingresso della donna sulla scena sociale si gioca intorno al passaggio tra il pieno e il vuoto: ciò che in origine era percepito come pieno deve svuotarsi, farsi contenitore pronto per un riempimento futuro.

L’alimentazione e la fecondazione costituiscono la modalità attraverso cui il corpo della donna diventa pieno. Corpo che si costituisce producendo, però, una progressiva separazione della donna da sé dalla propria natura. Ecco perché l’anoressica, come si dirà, rifiuta di essere alimentata pur avendo fame e non manifesta interesse per la sessualità. Alimentazione e fecondazione sono le modalità della sua alienazione, della sua perenne insubordinazione al maschile come valore.

Nell’esperienza anoressica, allora la donna vive una dimensione di coscienza aurorale, l’unica in grado di restituirle la sua pienezza, la sua natura e la possibilità di incontrare se stessa emancipandosi da quella condizione di “infantilizzazione” (perenne dipendenza), all’interno della quale è relegata e costretta a vivere e a viversi. Il rifiuto del cibo secondo la Bruch, diventa quindi per l’anoressica un modo per contrastare il senso di impotenza e la paura di perdere il controllo.

Quindi l’anoressia come atto di accusa nei confronti di quel femminile incapace di generare una riflessione sulla propria condizione. Anoressia come atto di accusa nei confronti di quel mondo che ha consegnato l’anima e il corpo alla prevaricazione del maschile diventandone ostaggio culturale.

Per sottrarsi ad un destino di non-esistenza l’anoressica gioca una partita, detta le regole e la posta in gioco: la sua vita. Il progetto è la rappresentazione di sé come femminile al di là del corpo. Il corpo infatti rappresenta per l’anoressica il simbolo della morte dell’individualità femminile e del tradimento, in quanto esso è destinato ad un ruolo prestabilito.

L’annientamento del femminile, esclude la possibilità di sperimentare bisogni e desideri che non siano quelli interni alla logica maschile. L’anoressia è una potente arma di autodistruzione perché nasce dalla convinzione che solamente attraverso la dissolvenza del corpo- materia, sia data al femminile la possibilità di accedere ad altro.

Dobbiamo sapere che non basterà conoscere l’origine e le implicazioni di questa malattia o i meccanismi che la governano, per risolverla (fra l’altro l’anoressica è competente ed informata su tutto ciò che concerne la patologia). Non potremmo chiederle un atto di volontà come gesto risolutivo di una problematica che ha radici profonde, né potremmo affidarci al fatto che primo o poi ella cioè l’anoressica, grazie alle ottime doti intellettuali, possa giungere alla soluzione del problema.

E’ importante comprendere che non possiamo farcela da soli, dobbiamo pertanto chiedere aiuto a figure professionali qualificate ad affrontare tali problematiche. In situazioni come queste si deve prendere in considerazione la possibilità che tutta la famiglia intraprenda una psicoterapia.

Non dobbiamo dimenticare che l’anoressica denuncia in modo inequivocabile l’ingiustizia della condizione femminile e chiede che le venga riconosciuto ciò che le è stato negato e cioè il diritto ad una “vita da donna” che valga la pena di essere vissuta.

Poco importa che lei sia consapevole di questo. Il grido di aiuto è forte e chiaro.

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