Biancaneve e la mela avvelenata

Apologia di una favola

Biancaneve e la mela avvelenata

Quante volte ci è stata letta la favola di Biancaneve e quante volte l’abbiamo letta a insaziabili ascoltatrici che ci chiedevano instancabilmente:“un’altra volta!”?. Ma perché accade che un bambino che pure mostra di conoscere a menadito una favola, desidera sentirla ripetere senza provare noia o stanchezza. Il fatto è che le favole contengono un progetto di realizzazione e di superamento. Il primo è il progetto di un percorso comune che può comprendere anche il bambino, il quale, il più delle volte, vive la relazione con l’adulto con un senso di inadeguatezza. Il secondo è il superamento delle angosce profonde che abitano il suo mondo vulnerabile. Infatti, attraverso il racconto, il bambino riceve l’invito a condividere le traversie del protagonista. Inoltre l’immediata identificazione con il personaggio gli consente di affrontare le difficoltà ed i pericoli mortali, per poi approdare al finale liberatorio, proprio di ogni favola. Le favole non sortiscono questo effetto solo sui bambini, ma la fascinazione del mondo immaginario perpetua la sua opera di naturale mediatrice, di conoscenza e di inesauribile serbatoio di possibilità esperienziali anche nell’adulto. L’adulto troverà realizzato in altre “favole” ( il cinema, oppure la lettura di un romanzo, ecc.), il suo bisogno di percorrere i territori dell’immaginazione. La favola di Biancaneve è una favola incentrata sul “femminile” ed il suo indispensabile corollario:

“il tempo”.

Biancaneve è una fanciulla inconsapevole della sua fresca bellezza. Il suo nome la destina a rappresentare una donna allo stato nascente. Dall’altra parte c’è una regina, che è anche la matrigna di Biancaneve. Non poteva che esserle matrigna, infatti, in questa definizione, viene riassunto il carattere malvagio che la regina è destinata a rappresentare, lasciando pochi dubbi sulla minaccia che essa costituisce per la piccola Biancaneve.

Come se non bastasse, si aggiunge un altro aspetto che rende la situazione ancora più allarmante per la nostra protagonista. Infatti la regina è anche una donna bellissima, alla quale vengono riconosciuti poteri magici. Grazie a questi ogni giorno interroga uno specchio, magico appunto, che puntualmente la rassicura sul fatto che lei è sempre la donna più bella del reame. La regina ha un solo obiettivo: conservare il suo potere, potere che identifica con la sua

bellezza.

- Spesso la bellezza viene presentata come potere specifico del femminile. Essa è un potere considerato immenso, perché consente di regnare sugli uomini, di ottenere i più elevati omaggi e di influenzare sotterraneamente le grandi personalità maschili di questo mondo. Potere reale o potere illusorio? Potere subalterno,in quanto dipendente dagli uomini, potere effimero, in quanto ineluttabilmente chiamato a fare i conti con il passare degli anni, potere senza merito e anche frustrante - (Lipovetsky,1977,131).

La bellezza è quindi un potere effimero, destinata ineluttabilmente a disperdersi, poiché sottoposta alla legge del tempo.

A differenza di Biancaneve, la regina ha consapevolezza della posta in gioco: se non sarà in grado di conservare la sua bellezza, essa svanirà nel nulla. Quindi perdendo la sua bellezza perderà se stessa.

-Se infatti una donna ha valore soltanto perché è bella,nel momento in cui questa bellezza dovesse scomparire,sicuramente la situazione per il femminile diverrebbe complicatissima e fonte di gravi sofferenze. Si tratta dunque di un gioco perverso messo in atto dal maschile per soggiogare il femminile, attribuendogli un potere strettamente correlato al suo aspetto fisico e, quindi, precario e deteriorabile.- (Aldo Carotenuto -L’Anima delle Donne).

La regina è di certo una minaccia per Biancaneve nella misura in cui anche Biancaneve a sua insaputa è una minaccia per la regina. Tutti i bambini che ascoltano la favola a questo punto hanno la percezione dei grossi rischi che Biancaneve sta correndo. La nostra protagonista però pare non accorgersi di nulla, essa infatti non sa della regina e non sa di se, fino al giorno in cui lo specchio magico non darà alla matrigna la risposta che essa si aspettava. Le dirà che la più bella del reame non è lei, ma un’altra ha preso il suo posto. L’altra è appunto Biancaneve. La ragazza è, così, condannata a morte. La regina non può permettersi di lasciar vivere Biancaneve, perché ciò equivarrebbe ad un suicidio.

Le peripezie che la protagonista da quel momento in avanti affronterà le conosciamo tutti, ma affinché possa finalmente affrancarsi dalla minaccia che quella donna costituisce per lei, dovrà affrontarla. Sarà così che, quando la regina, trasformatasi in una vecchia, andrà a bussare alla porta di Biancaneve, la giovane le aprirà, ignara del pericolo.

Mangerà quindi la mela avvelenata (frutto simbolo di conoscenza) e ne morirà, o meglio morirà quella Biancaneve che era, inconsapevolmente, collusa con l’illusorio potere femminile della bellezza.

E solo a quella Biancaneve sarà data la possibilità di rinascere, solo a colei che avrà guardato dentro se stessa con il coraggio di cercare il senso del proprio divenire, solamente a colei che non avrà barattato la propria libertà di essere pienamente ciò che è, con i poteri illusori e con le magie di morte.

Unicamente a lei sarà data la possibilità di salvarsi dall’annientamento e dall’inconsapevolezza. Le favole piacciono perché vi sono contenuti simbolicamente importanti, che parlano alla coscienza di ognuno, senza distinzione di razza, di sesso, di religione e di età. La favola possiede la forza di comunicare un sapere che riconosciamo e condividiamo con altri esseri umani. Questo sapere è lo stesso che ci aiuta a distinguere tra il bene e il male, che ci relaziona alle nostre paure, e che ci permette di superarle e di imparare da loro a trasformare e coniugare la vita con l’unico potere che conta davvero: quello creativo.

 

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